Riflessioni sul sollievo dedicate a Gigi Ghirotti
Pensavo proprio qualche giorno fa cosa rappresentasse per me stessa la mia vita. Sono quelle domande quasi adolescenziali che ciclicamente ci poniamo tutti, generalmente in vista di cambiamenti o riflessioni nate da una domanda o da una risposta appena sopraggiunta.
In fondo, non mi manca niente. Ma la mia vita si svolge in maniera assolutamente ordinaria e cadenzata, senza scosse, senza sorprese, senza clamore. Quella consuetudine, insomma, che ti accarezza quando vai a dormire e ti soffia in faccia il suo alito tiepido quando ti svegli. Una gran noia, insomma.
Poi, un sussulto, un fremito, una domanda. O forse solamente un mare di dubbi, che ciclicamente affollano i pensieri di chiunque. E una riflessione, dovuta a quei fogli che proprio qualche giorno fa hanno catturato, un’altra volta, la mia attenzione. Non è un caso che ciascuno di noi sia più portato ad accogliere determinate osservazioni, che stiano a cuore certi problemi piuttosto che altri, forse per una predisposizione personale, per il proprio vissuto o semplicemente per un discorso di sensibilità individuale.
E così capita che, leggendo ancora una volta gli scritti di un giornalista mai incontrato, abbia pianto. Una volta piangevo per un nonnulla, mi bastava soffermarmi più a lungo su un determinato pensiero, non per forza particolarmente malinconico o profondo, per suscitare reazioni incontrollabili, in cui la tristezza si mescolava alla nostalgia, che a sua volta si fondeva con la consapevolezza che quel momento sarebbe presto passato. E così, diventando più matura, ferma e controllata, ho lasciato che pian piano le emozioni non si soffermassero troppo a lungo nei miei pensieri, lasciandole scivolare, lente e inesorabili, lungo le spalle, fino a toccare per terra.
Ma io non sono questo, non volevo essere questo, e allora, ogni tanto, mi ricordo di come sono e lascio che i pensieri che affollano la mia mente si lascino cullare dolcemente nel mio respiro. E allora non li allontano. Li accarezzo, pian piano e li sfioro, sperando che mi facciano compagnia il più a lungo possibile. Quando sento che mi stanno per abbandonare li libero, ringraziando chi me li ha concessi e pensando che prima o poi torneranno da me. E tornano sempre. Li riconosco perché sento gli occhi luccicare e un nodo alla gola che si allenta piano, come un foulard colorato che sfugge alla prima folata di vento.
Il dono della tua testimonianza ti ha reso speciale, ma questo forse già lo sai.
La tua lotta ha mosso un mondo sommerso, sconosciuto ai più. Sono seguite parole, eventi, leggi, addirittura. E se oggi il dolore non fa più tanta paura è anche merito tuo. Merito di una vita che è valsa la pena vivere.
Piena, buona, sana.
Non servono molti lemmi, tanti discorsi per esprimere la mia ammirazione per la tua opera. È una voce che vuole semplicemente arrivare a te, ovunque tu sia, per ricordare, per ricordarti.
Per rivivere la tua memoria, guardare la tua immagine, celebrare la tua fatica.
Perché il sollievo è vita, il sollievo è amore, il sollievo è cura.
Il sollievo è ristoro, il sollievo è speranza, il sollievo è infinito.
Ora cerco l’occasione per accarezzare anch’io un’altra mano consumata dal male, per guardare due occhi vuoti e pieni di eternità, per accompagnare un’anima verso la separazione dal corpo. Non ho la certezza che sia un percorso semplice, sereno, non so neanche se io sia in grado di fare davvero qualcosa per qualcun altro, ma il mio pensiero è quello di regalare un po’ di me.
Quello che ora sento lo dedico a te, Gigi, lo porgo a te quasi come se fosse un voto reso a qualcuno che non c’è più. Ti ho letto, ti ho ascoltato, ti ho scoperto e sono sicura che, se fossi qui, avresti parole anche per me. Per me che sto bene, che non sento dolore, che non cerco sollievo.
Ma un punto di partenza da cui cominciare a offrirlo.
E come disse Qualcuno: “…ma liberaci dal male”.
Valeria